Dissonanze è un festival che in pochi anni è riuscito a calamitare su di sè l’attenzione degli addetti ai lavori e non grazie ad una formidabile selezione di artisti e performers più o meno noti e anche molto diversi tra di loro.
Ma quello che indubbiamente ha fatto fare il salto di qualità a questo festival è stata la scelta delle location che riescono a dare un’aria magica a tutto l’evento.
Appena arrivati a Roma, venerdì sera, siamo andati all’aperitivo nella terrazza l’Ara Pacis dove l’atmosfera era già molto suggestiva. Nel giro di pochi attimi c’era la possibilità di “camminare” lungo duemila anni di storia e architettura: dal famoso intervento dell’architetto Meier si passava (ovviamente) col camminare lungo le pareti dell’altare romano perfettamente restaurato fin su, sulla terrazza, dove si potevano invece ammirare non soltanto le cupole rinascimentali delle chiese, ma anche intravvedere palazzi e lasciti di una storia italiana recente meno affascinante.


Il resto del festival, invece, si è svolto nel ben più capiente Palazzo dei Congressi.
Qui l’ambiente era completamente diverso anche se le sensazioni e l’impatto visivo erano altrettanto unici grazie agli spazi enormi e alla storia che il luogo mantiene. Le aree in cui hanno suonato gli artisti erano tre (il salone, l’aula magna e il terrazzo) suddivise sapientemente in base alla posizione e al genere di musica.
Aldilà dell’aspetto innovativo dell’evento da un punto di vista musicale (non sono molti i festival seri in italia dedicati alla musica cosidetta “alternativa”), quello che più mi ha sorpreso in positivo è stata la capacità da parte dell’organizzazione di trasformare due luoghi solitamente conosciuti ed “usati” per ben altri motivi, in qualcosa di diverso. Anzichè pensare ad un evento è stato pensato di creare un’esperienza ricca di contaminazioni tra passato e presente, tra architetture e musica.
E le contaminazioni, in questo caso sono molto forti e lasciano un segno indelebile, rendendo Dissonanze ben diverso dai classici festival che, organizzati solitamente in parchi o spazi molto aperti e utilizzando strutture temporanee, spesso non hanno nulla da dire dal punto di vista architettonico e scenografico.
Come spesso ci ricordiamo e rimproveriamo, in Italia abbiamo un patrimonio architettonico unico al mondo che spesso viene lasciato a se stesso, oppure utilizzato per scopi quanto mai discutibili. Invece l’esperienza romana è un ottimo esempio da studiare e riprendere, anche perchè unire nel giusto modo la cultura antica con quella contemporanea non è una cosa da poco e richiede un grande rispetto.
Infine, se devo pensare alla situazione più strettamente nordestina, credo che qui sia difficilmente repricabile un’esperienza per dimensione e tipologia. Ma le passate esperienze del festival Circuito Off nell’isola di San Servolo a Venezia e l’Adunata del Contemporaneo a Bassano siano due ottimi spunti per conciliare spazi urbani, storia e creatività.


[...] Speciale Dissonanze ‘09 – Primo Giorno [...]
la prossima volta vengo anch’io a dissolvenze. davvero interessante.
sono d’accordo con te sulla difficoltà di poter organizzare eventi di livello che abbiano lo stesso richiamo di pubblico dalle nostre parti. sono convinto però che quanto i contenuti ci sono le persone superano gli ostocali, anche quelli della mobilità.
marco