
Milano è il “place to be” in Italia, e forse nel mondo, in questo momento. Il clima durante il salone del mobile è frizzante e vitale. In fiera, dove si concentrano gli operatori da tutto il mondo, così come in città, dove non si riesce letteralmente a star dietro agli eventi/manifestazioni/inaugurazioni/feste/presentazioni in programma.
Nonostante l’euforia, alcuni aspetti mi ha hanno lasciato perplesso della trasferta milanese: la comunicazione. La sensazione netta è che il grande sforzo comunicativo che le diverse aziende compiono fuori e dentro il salone sia un po’ fine a se stesso. Un’attività di comunicazione molto frammentata (tantissimi eventi praticamente su ogni centimetro quadrato della città) e senza un tentativo credibile nel raccontare un storia, un contenuto originale, ma soltanto con l’obiettivo di “esserci”. Non voglio essere frainteso: l’importanza della comunicazione nel design è fuori discussione (il salone è piuttosto eloquente). La questione è piuttosto sulla capacità di queste iniziative di oltrepassare il “rumore comunicativo” di fondo e di proporre qualcosa di innovativo. Tanti cocktail, buona musica, gente che viene e va, ma alla fine che cosa resta? Non molto a quanto pare. Con il rischio che il design ne esca un po’ schiacciato, senza molte idee.
Nel grande bazaar milanese però emergono alcuni segnali in controtendenza da iniziative di minori dimensioni e budget. Due mi hanno colpito particolarmente. Il primo è designersblock, un collettivo di designers che esponeva le proprie creazioni nello spazio romoegigli vicino a porta Genova. Lo stile molto semplice ed ironico, con i designer che girano per l’esposizione, ben contenti di parlare con i visitatori, raccontando i loro progetti e la storia che sta dietro alle loro creazioni. Il secondo sono i progetti degli studenti del Royal College of Art in zona moscova. Progetti ancora embrionali, ma con tante buone idee che i giovani designer non vedono l’ora di presentare. Meno festa ma più interazione quindi. Una comunicazione che da spazio alla narrazione.
Marco
P.s. vi lascio alcune immagini … grazie a barbara i designpeople sono arrivati anche al salone!




..primo commento qui..invitato da marco..
allora..spulciando (per capire…) il network (designpeople, firstdraft..) mi sono imbattuto in un “manifesto” che al punto numero 8 recitava:
“…8. I barbari siamo noi
Baricco ha proposto un’immagine dei nuovi barbari: pensiero orizzontale, gusto che si standardizza, velocità/superficialità (in senso stretto). C’è del vero a immaginare una generazione che cresce nel culto della Google-verità come barbarie. In questo mondo molti di noi hanno creduto tenacemente in anni non sospetti. Ora ne vediamo le tante complicazioni. Non per questo ci tiriamo indietro…”
ecco. penso che lo smarrimento della struttura alla fine possa nascere (perdonatemi se non argomento ulteriormente…) proprio da questa dimensione cognitiva ed esistenziale.
forse…questa visione di marco che non legge i processi del ribollente rizoma milanese è il segno che servono anche altre visioni per “estrarre senso” da una grande manifestazione come quella milanese.
forse… il problema è la scala. non è più possibile dall’unità (esistenziale, identitaria, percettiva, pragmatica..) cogliere la complessità di un evento come questo.
In fondo l’atto del comunicare prevede un’individuazione del soggetto rispetto allo sfondo, un posizionamento (io sono qui..), un necessità intenzionale ad agire (atto), un messaggio e ..soprattutto…un ricevente.
forse… per capire meglio occorrerebbe capire “a chi parla” questa grande kermesse…
molti forse..e poche certezze. ma anche questo, come direbbe Prince, è un “sign of the times”…
stefano ma.
mi pare che valga la pena separare i due piani a cui – credo – faccia riferimento marco nel suo post. il primo riguarda l’organizzazione del salone. trattasi di fiera, di grande kermesse, di tipico contenitore in cui fare browsing in tre dimensioni. non so se funzioni come un tempo, ma sta di fatto che è pur sempre un evento che sta nelle prime 20 fiere a livello mondiale.
il secondo piano di ragionamento, che per diversi motivi trovo più urgente da approfondire, è il piano delle imprese. finalmente stiamo imparando a comunicare in forme nuove. finalmente le nostre imprese, anche quelle piccole, hanno capito come si organizza un evento, e questo è un bene. la sensazione, però, è che la quota di comunicazione/intrattenimento stia prevalendo alla grande sulla quota di comunicazione/narrazione. non che le due cose si escludano: narrare vuol dire anche intrattenere. è che la comunicazione/intrattenimento, se domina e spadroneggia, ha costi elevati, subisce l’effetto inflazione, ha un tempo di decadimento particolarmente rapido. se crediamo a un design sempre più legato a un progetto culturale (quello che marco e io abbiamo chiamato con un termine piuttosto presuntuoso cultural entrepreneurship) è bene che le nostre aziende si diano da fare a chiamare qualche romanziere oltre che i soliti event designers. ne va della sostenibilità del loro progetto industriale.
stefano micelli
Mi collego ai post di Stefano e Marco. E’ vero che spesso l’evento e la comunicazione dello stesso divengono fini a sé stesse, o perlomeno si tende a perdere il senso di ciò che si vorrebbe originariamente comunicare.
Questo accade particolarmente nei grandi eventi contenitore della creatività (Salone a Milano, ma anche Biennale d’Arte a Venezia). La regolina che io tengo sempre a mente è che l’evento debba supportare senso e significato, debba sostenere delle idee innovative, e che musica, cibo, son et lumière agiscano da facilitatori per mettere a proprio agio le persone intervenute, invogliarle ad incontrarsi e a discutere e scambiare pareri ed opinioni e perchè no, nuove idee, a partire da quanto viene presentato.Sono consapevole che questo forse non risponde al tema della narrazione della creatività, ma mi sembra comunque un buon inizio.
ho trovato questo articolo su business week che parla dello straordinario sviluppo che l’idea di fiera del design sta conoscendo in tutto il mondo. un settore in piena trasformazione. L’articolo fa riflettere sul senso di questi eventi e sulle loro potenzialità.
http://www.businessweek.com/innovate/content/may2007/id20070523_572981.htm
La ricomposizione temporale della narrazione.
di LAURA TUSSI
Le potenzialità del racconto autobiografico come dimensione pratica e temporale nell’esperienza di armonizzazione e coerentizzazione dei tempi di vita delle storie esistenziali, descrive e interiorizza connessioni logiche e causali tra episodi, eventi e trame narrative, nella costruzione di intrecci esistenziali con trasformazioni ed alternanze individuabili nel soggetto narrante, nel ruolo centrale della correlazione tra intreccio e personaggio, che definisce l’identità narrativa del soggetto espositore, raccontata e l’identità della storia che determina l’identità del personaggio. La correlazione fra intreccio e personaggio permette l’individuazione del momento apicale di una dialettica interna al ruolo del narratore costituendo un’identità autobiografica dove il tempo della narrazione coincide con quello della ricomposizione. L’autobiografo trae la personale caratterizzazione specifica dall’unità della sua vita secondo una linea di concordanza come totalità temporale che durante la linea di discordanza è minacciata dall’effetto perturbatore e dirompente degli eventi imprevisti di cui è costellata. La sintesi discordante e concordante obbedisce ad una necessità retroattiva della contingenza dell’evento su cui si connette e si modula l’identità del narratore. La rappresentazione della realtà del racconto autobiografico in forma esplicativa e narrativa presenta aspetti semantici e permette di accostarsi al soggetto della storia di vita e alla nozione di identità narrativa, nella possibilità di comprensione e decodificabilità degli eventi nella duplice valenza temporale e semantica, garantendo una continuità alla sequenza temporale tramite un processo di ristrutturazione semantica. La duplice valenza, temporale e semantica rielabora nel corso della narrazione il rapporto tra i molteplici tempi attraversati dal soggetto. L’atto del narrare e il racconto della molteplicità temporale di eventi ed episodi in tempi diversi, ricerca un ordine cronologico, permettendo di attribuire senso e significato ai vissuti, in modalità soggettive e individuali. L’incontro tra tempi oggettivi e soggettivi, attraverso un costante procedimento di risignificazione, avanza la narrazione su un duplice registro temporale e semantico nel gioco dialettico fra differenti tempi riconosciuti nel racconto autobiografico. La narrazione della propria vicenda esistenziale non è solo tentativo di ricostruire il personale disegno autobiografico, tramite un ossessivo recupero di ricordi e frammenti, in nome di un’esaustività del racconto, ma anche considerando la qualità del rapporto che il soggetto intrattiene con il proprio tempo. Il racconto della propria storia di vita, lontano da logiche efficientistiche, viene proposto come momento qualitativamente unico e singolare di riedizione di significato nei momenti apicali dell’esistenza, relativamente ai propri ritmi metabletici di cambiamento e di evoluzione nel riconoscere appartenenze, tramite l’individuazione di sviluppi qualitativi verso cui progettarsi. Il tempo della narrazione risulta dunque momento della ricomposizione, non dei frammenti, per raggiungere la completezza, ma riabilitare il soggetto intrinsecamente storico, perché si ritrovi in un tempo originario, in svolte e ritmi più significativi a livello esistenziale nella ricerca di unità e appartenenza. La narrazione tramite l’attuazione della reversibilità semantica della personale storia di vita nella pratica di riappropriazione di un disegno autobiografico di nessi, legami e intuizioni oltre il flusso temporale lineare, si presenta in connessione causale.
LAURA TUSSI