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So di cadere nel puro Amarcord ma complice il brutto tempo di oggi che mi ha messo di cattivo umore, non posso non condividere con i lettori di questo blog una cosa che da un po’ mi rimasta li e non riesco a digerirla. Nella stazione dei Treni di Venezia una volta era installato un bellissimo e grandissimo tabellone degli orari (simile a quello presente nell’immagine qui sotto), per intenderci quel modello anni 70 con le scritte che si aggiornano e fanno trac trac trac perchè devono far ruotare i numeri o lettere. Roba vecchia, direte voi, ma funzionava alla grande. Se uno era di fretta, entrava, buttava un occhio in alto, vedeva treno e binario e via.

Soprattutto, se c’era un aggiornamento se ne accorgeva perchè non solo vedeva ma poteva sentire il trac trac delle scritte. Trenitalia presa dalla furia del nuovo ha deciso di dismettere il vecchio pannello Solari (che per altro campeggia in bella vista al MOMA di NY) con dei panelli digitali, i famosi totem all’interno della stazione e con altri pannelli appesi direttamente di fronte ai binari. Risultato? Beh adesso uno deve fermarsi, concentrarsi, cercare il proprio treno, provare a leggere (se ci riesce) delle scritte in arancione a LED su fondo nero su un pannello che è grande 50 cm (un esempio sotto).

Insomma o uno si ricorda il proprio treno oppure non lo trova. Normalmente non sono nostalgico, anzi sono molto attento all’innovazione e alla tecnologia. Credo che però non tutto il vecchio sia da buttare. Il tabellone con il suo design aveva raggiunto un bilanciamento molto interessante tra bellezza e funzionalità. Oggi i nuovi totem e pannelli saranno anche più contemporanei nel look ma dal punto di vista funzionale sono un disastro.

Marco

P.s. by the way ne funziona sempre uno su due dei nuovi totem. Quelli che non funzionano mostrano il vecchio segnale TV della prova di trasmissione. Gli anni 70 escono dalla porta e rientrano dalla finestra ;)

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Che l’arrivo di internet e della cosidetta new-economy abbia radicalmente cambiato il nostro stile di vita, questo è un dato oramai noto a tutti e dato per scontato.
L’informazione, il modo in cui comunichiamo con i nostri amici o l’intrattenimento domestico piuttosto che la guida in auto sono soltanto alcuni settori che hanno visto una radicale trasformazione negli ultimi anni.

Infine c’è anche un altro settore in cui, piano piano, la filosofia “2.0″ sta mutando (secondo me in meglio) le nostre vite. Si tratta dell’ambiente di lavoro, in particolar modo l’ufficio.
Da sempre l’ufficio è stato visto come un luogo grigio e quasi alienante piuttosto che un simbolo dell’evoluzione del modo di lavorare e de benessere umano (alzi la mano chi adora vedere scrivania, sedie con rotelline e computer grigio/beige!).

Da qualche anno però le cose stanno profondamente cambiando: dapprima sono arrivati gli uffici delle piccole web-agency che fino agli anni della bolla economica del 2000 erano famose per avere le loro sedi all’interno di loft perfettamente restaurati e con al loro interno bar, tavoli da biliardo, calcetto e altre diavolerie che facevano pensare quegli spazi a tutto tranne che a degli ambienti di lavoro (pensiamo, per esempio, agli anni d’oro di e-tree).
Dopo quegl’anni molto rosei è arrivata la crisi e tutto si ì improvvisamente ridimensionato. Ma la strada oramai era segnata: c’ha pensato Google a segnare un ulteriore passo in avanti, realizzando una sede dalle dimensioni enormi e dagli spazi coloratissimi. In questo processo di “rivoluzione dell’ufficio” anche le grosse aziende e le multinazionali che spesso si muovono più lentamente venivano coinvolte direttamente.

Ora l’ultima tendenza l’ha segnata Facebook che recentemente ha ristrutturato completamente i propri uffici all’insegna dell’eco-compatibilità e della personalizzazione (vedi questo articolo di Luxury24). Gli uffici ora si trovano in un unico piano, sono molto più aperti e comunicanti rispetto a prima, alle pareti grandi aree vuote lasciano spazio e “voce” ai dipendenti che sono continuamente coinvolti nello sviluppo dell’azienda e nelle decisioni (persino nella fase di progettazione della nuova sede hanno avuto voce in capitolo!). Le grandi vetrate derivate dall’originale edificio industriale, i colori accesi, la presenza costante di divani, giochi, disegni, tutto è stato rivisto per avvicinare il più possibile la filosofia del social-network più popolare e popoloso del mondo anche alla parte “fisica” dell’azienda.

Lo spazio di lavoro in questo modo è diventato un ambiente più famigliare e “comodo”, dove tutti, alla fine, sono più motivati e stimolati.
E c’entra anche questo se adesso Facebook vale qualcosa come 15 miliardi di dollari.

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Sta suscitato un grande dibattito l’articolo di Paul Krugman, nobel per l’economia ed editorialista del NY Times, sull’incapacità degli economisti nell’aver previsto l’attuale crisi economica. La tesi di Krugman è che gli economisti si sono innamorati della bellezza delle loro equazioni e hanno trasformato le loro ipotesi di base (l’equilibrio del mercato tra domanda ed offerta e la razionalità degli agenti economici) in una vera e propria ideologia. La crisi ha smentito queste ipotesi: i mercati possono non essere in equilibrio (come accade oggi molti vogliono vendere, nessuno comperare), e le scelte delle persone sono condizionate molto spesso dal loro lato emozionale (le speranze, le paure, le angosce, le passioni, ecc.) e non solo dalla loro razionalità. La soluzione di Kurgman: rifondare l’economia partendo dall’uomo e dalla conoscenza del modo in cui prende effettivamente le proprie decisioni (anche in ambito economico). Su questo punto, il design qualcosa lo può dire. Senza dubbio il design non potrà risolvere il problema del debito pubblico ma ci può insegnare molto sulla capacità di coniugare razionalità ed emozione. Almeno come metodologia progettuale. Il design infatti si trova molto spesso a dover tenere conto dei vincoli imposti dall’azienda (processi produttivi, costi, prezzi di uscita del mercato, le tecnologie esistenti) che rappresentano la parte razionale e allo stesso tempo realizzare prodotti/servizi che siano in grado di dialogare con il lato emozionale dell’utente. Il designer deve progettare prodotti che seducono, di cui innamorarsi ben al di là delle sole funzioni tecniche. Sappiamo quanto i lovemarks ( i prodotti di culto) giocano un ruolo particolarmente importante nella vita del consumatore. La capacità di creare e trasferire queste emozioni attraverso dei prodotti non è assolutamente scontata. Senza dimenticare che il prodotto è un prodotto e che quindi va realizzato, controllato, impachettato, spedito, distribuito … tutte cose che sono necessarie , di cui bisogna tenere conto ma che non creano da sole nessuna emozione. Speriamo che gli economisti possano guardare al design con occhi nuovi per trarre qualche indicazione per fondare la nuova economia.

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Come il design può aiutare gli economisti

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